Dagli avvocati ai professori. Le lobby che influenzano il Parlamento

Dagli avvocati ai professori. Le lobby che influenzano il Parlamento

Dagli avvocati ai professori. Le lobby che influenzano il Parlamento

Non c’è dubbio. Riuscire a diventare parlamentare in Italia significa vincere alla lotteria: stipendio da sogno, fama e accesso alla “stanza dei bottoni” del Paese. Senza considerare che dopo quattro anni si ha diritto a una pensione che molti comuni mortali mettono insieme in quarant’anni di lavoro.


In Italia, da quando si è insediato il governo Conte, si registrano 628 deputati e 318 senatori. 946 persone che, o hanno sempre lavorato nella politica oppure hanno messo in pausa la propria carriera per servire il Paese.

Gli avvocati sono la truppa più numerosa con 135 rappresentanti tra Camera (88) e Senato (47), leggermente di più rispetto alla penultima legislatura (71 a Palazzo Chigi e 46 a Palazzo Madama). Solo 4 i magistrati (Pietro GrassoCosimo FerriGiusi Bartolozzi Giacomo Caliendo) contro i 18 di sei anni fa. Sono invece 45 le persone che hanno svolto la professione di docente universitario (22 al Senato e 23 alla Camera) prima di entrare in Parlamento. Un numero in diminuzione rispetto ai 29 deputati e ai 28 senatori che solcavano le cattedre prima di far parte della precedente legislatura.

Secondo uno studio di FB & Associati, società di consulenza specializzata in lobbying, circa il 33% degli eletti in Parlamento è rappresentato da alti dirigenti pubblici (tra cui figurano anche i magistrati) e privati, avvocati, accademici e medici.

Più in dettaglio gli accademici, secondo F&B Associati, rappresentano il 4% dei Parlamentari mentre gli avvocati sono l’11,6%. I magistrati (che si contano sulle dita di una mano) rappresentano lo 0,4% dei parlamentari.

Giunto al governo nel marzo 2018, oggi il Movimento 5 Stelle, secondo lo studio di FB Associati, può contare su una forza lavoro in Parlamento costituita per il 12,7% da avvocati e per il 5,7% da accademici. Un po’ meno gli avvocati che oggi operano come parlamentari per il Partito Democratico: il 9,8% del totale. Il Pd è anche il partito con il maggior numero di accademici: il 7,3% di tutti i parlamentari del partito presieduto da Matteo Orfini.

Sempre il 9,8% (la stessa del Pd) è la percentuale di avvocati che ora sono parlamentari in quota Lega. Decisamente meno, però, gli accademici che hanno seguito Matteo Salvini a Palazzo Chigi e Madama: solo l’1,1% del totale.

I legali spopolano anche in Forza Italia: ben il 12,4% dei parlamentari. Non si può affermare lo stesso per i professori universitari: sono solo l’1,9% del totale di chi siede in Parlamento. Forza Italia è però il partito con il maggior numero di imprenditori.

È avvocato anche il 10% del totale dei parlamentari di Fratelli d’Italia, mentre gli accademici in forza alla presidente Giorgia Meloni sono il 4%. Altissimo, in percentuale, il numero di legali che c’è in Liberi e Uguali: il 16,7%. Il 5,6% dei parlamentari del partito di Pietro Grasso ha invece una cattedra in università. Infine c’è il gruppo misto: in questo partito il 16,7% di chi siede in Parlamento è avvocato. Il 6,7%, invece, insegna all’interno di un ateneo.

Non mancano, dunque, quelli che hanno scelto di entrare a Palazzo Madama o a Palazzo Chigi chiedendo un’aspettativa e congelando di fatto la loro posizione professionale. Bloccando, in pratica, un ruolo (spesso apicale) che in questo modo altri, magari più giovani, non possono occupare e soprattutto continuando a maturare contributi figurativi (quelli accreditati gratuitamente mentre si registra una riduzione o l’interruzione di una attività lavorativa) e dunque pesando sul sistema pensionistico nazionale.

C’è però da fare una precisazione: non tutti i professionisti che sono oggi in Parlamento hanno dovuto chiedere di recente un’aspettativa: sono molti infatti coloro che da tempo si fregiano di un ruolo che non ricoprono più a causa di un’attività politica prolungata. Persone che hanno chiesto inizialmente un periodo di aspettativa, ma che poi hanno preferito fermarsi in Parlamento. Si tratta di professionisti che affermano di essere avvocati, magistrati o docenti universitari (ma anche dirigenti o giornalisti) che in realtà da tempo non svolgono un’occupazione che non sia quella istituzionale.

C’è però una differenza sostanziale tra docenti universitari, giudici e principi del Foro. Questi ultimi, infatti (non è un caso infatti che gli avvocati siano i più numerosi), come lavoratori autonomi, possono dividersi tra corridoi e aule di Tribunale.

In pratica, lo stesso vale anche per commercialisti, medici o imprenditori, si tratta di lavoratori che possono tranquillamente continuare a percepire un doppio reddito, magari circondandosi di fidati collaboratori che fanno gran parte del lavoro.

Ci sono alcuni nomi illustri che hanno, seguendo le disposizioni di legge sia ben chiaro, avuto una doppia vita per tutta la loro carriera. È il caso, ad esempio, del senatore Nicolò Ghedini (famoso per un alto tasso di assenze durante le votazioni e a lungo legale di Silvio Berlusconi) o per Giulia Bongiorno (ora ministro per la pubblica amministrazione). Entrambi sono noti avvocati che hanno continuato a portare avanti i rispettivi studi legali. Lo si può intuire dando uno sguardo alle rispettive dichiarazione dei redditi, più che milionarie, che di certo non possono arrivare solo dall’attività parlamentare.

Tutto in regola, certo. Ma non sempre la giurisprudenza giustifica un’etica quantomeno dubbia.

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