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Stefano Montanari aggredito ad un convegno a Roma

Stefano Montanari aggredito ad un convegno a Roma

Stefano Montanari aggredito ad un convegno a Roma
Di Stefano Montanari, 10 giugno 2018

Ci sono fatti sgradevoli da raccontare e, insieme, difficili da commentare.
Chi mi legge abitualmente sa che avevo accettato di tenere una conferenza nella sede romana di Casa Pound. Sa pure che a chi aveva storto il naso avevo risposto che io parlo di scienza e di salute: argomenti abbinati che nulla hanno a che spartire con le opinioni politiche o con la fedina penale di chicchessia. Dunque, per me nessun problema a parlare a Casa Pound come in passato avevo fatto per organizzazioni di tutt’altra tendenza. Chiarisco che, per questa occasione, l’invito veniva da Francesca Romana Cristicini.
Chi mi segue abitualmente sa che io pongo delle condizioni per tenere le mie conferenze, e queste, dettate da una lunghissima esperienza, sono minuziosamente elencate nel mio blog alla sezione Conferenze e Consulenze. Chiunque organizzi un evento s’impegna a seguirle pedissequamente e senza eccezioni di sorta.
Compatibilmente con i ritardi che sono parte integrante del DNA ferroviario italico, mia moglie ed io arriviamo giusto in tempo al numero 8 di Via Napoleone III dove sta Casa Pound.
La prima sorpresa è di trovare una saletta con non più di una cinquantina di sedie, forse meno. Poi c’è il problema della visione delle immagini che abitualmente mostro per illustrare ciò che dico: non un telone da proiettore come deve essere ma uno schermo televisivo al quale è impossibile collegare il mio computer. Dunque, tutto attraverso un Mac che non accetta se non in parte ciò che è fatto, invece, per un PC.
L’altra sorpresa è trovarmi una dottoressa (medico) che DOVEVA fare un’introduzione alla mia conferenza, cosa di cui io faccio assoluto divieto come è riportato chiaramente nelle istruzioni per gli organizzatori.

Finalmente, con tre quarti d’ora di ritardo dovuti alla goffaggine dell’organizzazione e con gente in piedi nel corridoio e sul balcone, si comincia con il pistolotto della dottoressa la quale, tra l’altro, annuncia che Casa Pound non ha ancora preso una decisione in tema di vaccini, cosa che, almeno dal punto di vista razionale, non può riguardare la politica ma, evidentemente, il livello è quello. Questa signora, poi, forse abituata ad altro, nel corso della conferenza si sentiva in diritto d’interrompere a suo piacere con esternazioni futili, peraltro senza rendersi conto né che io mi stavo rivolgendo ad un pubblico generale né che per parlare di un argomento è quanto meno necessario conoscerlo, cosa che non era certo il caso suo. All’ennesima interruzione qualcuno tra i presenti le ha ricordato l’ovvietà: il pubblico era venuto per ascoltare me e non lei, cosa che ha visibilmente ferito il suon ego.
Tra continue e fastidiose interruzioni della dottoressa, si arriva alla fine. Ecco, allora, che il personaggio comincia ad esibirsi in tutto il suo splendore di paladina della “verità” e dell’“onore” della categoria cui appartiene: io sparlo dei medici i quali, invece, salvo, chissà, rarissime eccezioni che le sono comunque sconosciute, danno tutte le informazioni che i candidati alla vaccinazione chiedono. Detto en passant, chissà quali informazioni potrebbe dare lei. E qui i presenti, tra cui diversi genitori di bambini danneggiati da vaccino, cominciano a protestare nei riguardi della sempre più agitata dottoressa alla quale io dico che le proibisco di raccontare fandonie alla MIA conferenza. L’atmosfera si scalda e io, allora, prendo le mie cose e me ne vado, rinunciando alla parte che preferisco delle conferenze: le domande del pubblico. Lungo la via d’uscita vengo fermato da diverse persone che mi stringono la mano e arrivo al portone sulla strada dove altre persone mi aspettano per salutarmi. A questo punto l’altra sorpresa: senza che io lo veda mi arriva vicino un tale che, gridando che io non devo alzare la voce, mi sferra un pugno colpendomi tra orecchio, tempia e zigomo. Dal punto di vista stilistico un gancio sinistro criticabile ma di sicura efficacia. Il colpo violento e il fatto di non essere preparato a riceverlo mi fanno perdere i sensi per un po’, mentre il picchiatore, in possesso della tecnica che permette di non lasciare il segno, si allontana, non senza, però, aver previamente minacciato mia moglie di farle fare “una brutta fine”.
Ora, prescindendo da quella che è di gran lunga la peggiore organizzazione tra le molte centinaia di eventi cui ho partecipato, i commenti sono difficili da fare. Era tutto preparato? Se è così, è evidente che Casa Pound ha già preso la sua posizione sui vaccini: quella condivisa da chi pratica la violenza. Perché mi hanno imposto quella dottoressa, imbarazzante nella sua impreparazione, del tutto superflua per la conferenza ma efficacissima nel disturbarla? Perché la raccolta fondi mirata all’acquisto del microscopio, ragione per la quale io tengo le conferenze, non è stata prevista e, dunque, zero Euro? Giusto per informazione, le spese di viaggio, cena e pernottamento sono state sostenute da Vita al Microscopio. Perché la trasmissione in diretta dell’evento è stata interrotta quando la conferenza prendeva una piega troppo sgradita a qualcuno?
Per me la violenza non è certo una novità. Istituzioni e soggetti privati me ne hanno fatte negli anni di tutti i colori, ma non si era mai arrivati al grezzo, ottuso squallore della violenza fisica condita da minacce. Non ho idea se si tratti dell’ennesimo avvertimento, visto che ultimamente ne ricevo diversi, o se tutto ciò che è avvenuto altro non sia se non una serie malaugurata di coincidenze a partire dall’incapacità degli organizzatori per finire all’atto da cane sciolto di uno sconsiderato. Ora resta da vedere quale posizione ufficiale prenderà Casa Pound. Vedremo, insomma, se mia moglie ed io siamo stati vittime di un’imboscata o se è stata solo sfortuna. Anche il tono delle eventuali scuse e ciò che verrà fatto per riparare alla vergogna, se mai qualcosa verrà fatto, saranno indicativi. Il silenzio sarà la più eloquente delle spiegazioni.
Per ora aggiungo l’episodio alla mia esperienza e ne faccio tesoro. Resto, comunque, del parere che non avrei mai potuto rifiutare di parlare a Casa Pound perché, l’avessi fatto, avrei mancato ai miei doveri morali.

 

 

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